Cuba

Una identità in movimento

Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 3


Una lunga lucertola verde

Ninna nanna per svegliare un negretto

La Polizia

Esilio

Fiumi

Piccola litania grottesca in morte del senatore Mc Carthy

I Bar

I Mau-Mau

Epitaffio per Lucia

Il nome


Una lunga lucertola verde

Lungo il Mare delle Antille
(che dei Caraibi pure si chiama)
battuta da dure onde
e ornata di tenere spume,
sotto il sole che l'incalza
e il vento che la sferza,
cantando a calde lacrime
naviga Cuba nella mappa:
lunga lucertola verde,
con occhi di pietra e d'acqua.
Un'alta corona di zucchero
le tessono le acute canne,
non come libera incoronata,
ma di sua corona schiava,
regina dal manto di fuori
e dal manto di dentro vassalla,
triste come la più triste
naviga Cuba nella mappa:
lunga lucertola verde,
con occhi di pietra e d'acqua.
Accanto alla riva del mare,
tu che stai fissa a guardia,
bada, guardiano del mare,
alla punta delle lance
e al rombo delle onde
e al grido delle fiamme
e alla lucertola che desta
strappa l'unghie dalla mappa:
lunga lucertola verde,
con occhi di pietra e d'acqua!
Ninna nanna per svegliare un negretto
Dormi, mio negretto,
mio bel negretto...



Ninna nanna per svegliare un negretto

Un uccelletto
passando trilla:
— Sorgi negretto,
ché il sole brilla!
Nessun più dorme,
né si gingilla:
desta è la gatta,
desto il gorilla,
desta è la talpa,
desta l'anguilla...
Cocco, cacao,
cacio, caciotta,
sorgi, negretto,
ché il sole scotta!
Con la sua negra
il negro trotta.
Vento col vento,
ché il sole scotta.
Guarda la gente,
che parla e sbotta,
gente al lavoro,
gente che lotta:
più non c'è vino
giù nella grotta...
Cocco, cacao,
cacio, caciotta,
sorgi, negretto,
ché il sole scotta!
Negro, negretto,
occhio e pupilla,
svegliati e salta,
ché il sol sfavilla,
dimmi nell'aria
che cosa brilla...
Abbasso il ricco!
E la scintilla!
Nessun più dorme,
né si gingilla.
Cocco, cacao,
cacio, caciotta,
sorgi, negretto,
ché il sole scotta!



La Polizia

La polizia
(passo di lontra
e occhi di gatto)
serata nell'ombra.
Sta all'erta il gatto.
(Passa un'ombra).
La polizia
nella coltre sprofonda.
Ecco la polizia!
Alzate la coltre!
Uccidete il gatto
che sta nell'ombra!



Esilio

La Senna
scorre circospetta;
civilizzata linfa
che saluta in silenzio,
togliendosi il cappello.
La mia patria nel ricordo
e io a Parigi inchiodato
come un molle pipistrello.
Voglio
l'aereo che mi porti via,
con i suoi quattro motori
e un solo volo!
Brilla sangue nel petto
di quella nube che passa
lenta, nel basso cielo.
Veste di nero, E trafitta
da quattro coltelli nuovi.
Viene dal Mar dei Caraibi,
pirata mare cannibale,
duro mare d'occhi ciechi
e d'assassinato sogno.
Oh tornare con quella nube
e i suoi quattro coltelli,
e il suo vestito nero



Fiumi

Ho del Reno, del Rodano e dell'Ebro
gli occhi pieni;
ho del Tevere e del Tamigi,
ho del Volga e del Danubio
gli occhi pieni.
Ma io so che il Plata,
ma io so che il Rio delle Amazzoni bagna;
ma io so che il Mississippi,
ma io so che il Magdalena bagna;
io so che l'Almendares,
ma io so che il San Lorenzo bagna;
io so che l'Orinoco,
ma io so che bagnano
terre d'amaro lime dove la mia voce fiorisce
e lenti boschi sono incatenati da cruente radici.
Bevo alla tua coppa, America,
alla tua coppa di stagno,
larghi fiumi di pianto!
Lasciatemi, lasciatemi,
lasciatemi adesso vicino all'acqua.



Piccola litania grottesca in morte del senatore Mc Carthy

Ecco il senatore McCarthy,
morto nel suo letto di morte,
vegliato da quattro scimmie;
ecco il senatore McScimmia,
morto nel suo letto di Carthy,
vegliato da quattro avvoltoi;
ecco il senatore McAvvoltoio,
morto nel suo letto di scimmia,
vegliato da quattro cavalle;
ecco il senatore Mccavalla,
morto nel suo letto d'avvoltoio,
vegliato da quattro rane:
McCarthy, Carthy.
Ecco il senatore McMastino,
morto nel suo letto d'ululati,
vegliato da quattro gangsters;
ecco il senatore McGangster,
morto nel suo letto di mastino,
vegliato da quattro strilli;
ecco il senatore McStrillo,
morto nel suo letto di gangsters,
vegliato da quattro piombi;
ecco il senatore McPiombo,
morto nel suo letto di strilli,
vegliato da quattro sputi:
McCarthy Carthy.
Ecco il senatore McTomba,
morto nel suo letto d'ingiurie,
vegliato da quattro porci;
ecco il senatore Mcporco,
morto nel suo letto di bombe,
vegliato da quattro lingue:
ecco il senatore McLingua,
morto nel suo letto dì porco,
vegliato da quattro vipere;
ecco il senatore McVipera,
morto nel suo letto di lingue,
vegliato da quattro gufi:
McCarthy Carthy.
Ecco il senatore McCarthy,
McCarthy, morto,
morto McCarthy,
morto e stramorto.
Amen.



I Bar

Amo i bar e le osterie vicino al mare, dove la gente chiacchiera e beve solo per bere e chiacchierare. Dove Juan Nessuno arriva e chiede il suo bicchiere normale, e ci sono Juan Rozzo e Juan Coltello e Juan Naso c persino Juan Semplice, il solo e semplicemente Juan.
Là batte l'onda bianca dell'amicizia; un'amicizia di popolo, senza retorica, un'onda di "ehilà" e "come va?". Là si sente odore di pesce, di tannino, di rame di sale, e di camicia sudata messa ad asciugare al sole.
Cercami, fratello, e mi troverai (all'Avana, a Oporto, a Sacmel, a Shanghai) con la gente semplice che solo per bere e chiacchierare, affolla i bar e le osterie, vicino al mare.



I Mau-Mau

Avvelenato inchiostro parla dei Mau-Mau; neri di denti e unghie, antropofagi con totem. Grugnisce l'inchiostro, e narra che i Mau-Mau hanno ucciso un inglese... (Sentite un segreto: era lo stesso inglese dal chepi profanatore, dal fucile civilizzato e dalle Remington, che nel polmone d'Africa con colpo secco e sicuro conficcò la sua daga-impero, di ferro parolaio, di sifilide, d'esplosivo, di money, business e yes).
Lettere di lungo inchiostro
narrano che i Mau-Mau
case di sogno e tropico britanniche occuparono e a fuoco, sangue, morte, al loro assalto barbaro cento inglesi caddero... (Sentite un segreto: erano gli stessi cento inglesi ai quali Londra disse:
— Sterminate i Mau Mau; spazzate, incendiate il Kenya; e che neppure un Kikuyu sopravviva e le loro donne per sempre di cenere fornita vedano la mensa e arido il loro ventre).
Inchiostro di lunghe lettere racconta che i Mau Mau travolgono come un fiume inferocito i raccolti. avvelenano le acque, bruciano le terre fertili, ammazzano tori e cervi. (Sentite un segreto: erano padroni di diecimila capanne, dell'albero, della pioggia e del sole, della montagna e del seme, del solco e della nube, del vento e della pace...). Una cosa chiara e semplice
— oh inglese dal duro chepi! — chiara e semplice: padroni.



Epitaffio per Lucia

Muta e provinciale se ne andò via. Con gli occhi pieni di gelida pace,
di pioggia lenta e lenta melodia. La sua voce, cristallo smerigliato, annunciava una gran luce nascosta.
Si chiamò, la chiamavano vagamente Lucia... (In questo breve marmo è riposta tutta la sua biografia).



Il nome

Elegia familiare
I
Fin dai tempi di scuola
e anche prima... Dall'alba, quando appena ero una pagliuzza di sonno e di pianto, da allora, mi dissero il mio nome. Due parole convenzionali per poter parlare con le stelle. Tu ti chiami, ti chiamerai... E poi mi assegnarono il nome che vedete scritto sul mio biglietto, il nome che metto in fondo alle poesie:
quattordici lettere
che porto sulle spalle nella via, che sempre vengono con me dovunque. Siete certi ch'è il mio nome? Avete tutti i miei dati? Conoscete già il mio sangue navigabile, la mia geografia piena di oscuri monti, di profonde e amare valli che non sono segnate sulle carte? Siete forse andati a visitare i miei abissi, le mie gallerie sotterranee, con grandi umide pietre, isole che spuntano da nere paludi e dove un puro zampillo
sento d'antiche acque cadere dal mio alto cuore con fresco e profondo strepito in un luogo denso d'ardenti alberi, di scimmie equilibriste, di pappagalli legislatori e di serpenti? Tutta la mia pelle (avrei dovuto pur dirlo) tutta la mia pelle proviene da quella statua di marmo spagnolo? E anche la mia voce di terrore, il duro grido della mia gola? Vengono forse di là tutte le mie ossa? Le mie radici e le radici delle mie radici e ancora questi rami oscuri agitati dai sogni e questi fiori spalancati sulla mia fronte e questa linfa che fa amara la mia corteccia! Ne siete certi?
Non c'è altro che ciò che avete scritto, che ciò che avete sigillato
con un sigillo d'ira? (Oh, sì, avrei dovuto pur chiederlo!)
Ebbene: ora vi chiedo:
non vedete questi tamburi nei miei occhi? Non vedete questi tamburi tesi e percossi con sopra due lacrime asciutte?
Non ho io allora forse un antenato notturno con un gran marchio nero (anche più nero della pelle)
un gran marchio stampato da una frusta? Non ho io dunque
un antenato mandingo, congolese, dahomeano? Come si chiama? Oh, si, ditemelo!
Andrés? Francisco? Axnable? Come dite Andrés in congolese? Come avete sempre detto Francisco in dahomeano? E in mandingo come si dice Amable?
Oppure non è così? Erano, allora, altri nomi? Datemi, datemi il nome!
Conoscete voi l'altro mio nome, quello che mi viene da quella terra enorme, il nome
insanguinato e prigioniero, ch'è passato sul mare
in catene, ch'è passato in catene sul mare?
Ah, non riuscite a ricordarlo!
Lo avete stemperato in un inchiostro senza memoria.
Lo avete strappato a un povero negro indifeso.
Lo avete nascosto, convinti
che io avrei abbassato gli occhi dalla vergogna.
Grazie!
Mille grazie!
Gentili signori, thank you!
Merci.
Merci bien.
Merci beaucoup!
Ma no!... Davvero lo credete? No!
Io sono pulito.
Splende la mia voce come un metallo or ora levigato.
Guardate il mio scudo: c'è sopra un baobab,
c'è sopra un rinoceronte e una lancia.
Io sono anche il nipote,
il pronipote,
il discendente di uno schiavo.
(Sì vergogni anzi il padrone!)
Sarò io Yelofe?
Nicolás Yelofe, forse?
O Nicolás Bakongo?
O forse Guillén Banghila?
Oppure Kumbá?
Forse Guillén Kumbá?
Oppure Konghé?
Potrei essere Guillén Konghé?
Oh, chi lo saprà!
Che grande enigma fra le acque!
II
Sento la notte immensa gravitare su bestie profonde, su innocenti anime frustate; ma anche su voci appuntite che spogliano il cielo dei suoi astri, i più duri astri, per ornare il sangue militante. Da qualche paese ardente, trafitto
dalla gran freccia equatoriale, so che vengono i miei lontani cugini, remota angoscia mia scagliata al vento; so che vengono frammenti delle mie vene, sangue remoto mio, con duro piede che schiaccia le erbe atterrite; so che vengono uomini dalle verdi vite, remota selva mia, con il dolore aperto in croce e il petto rosso in fiamme. Senza conoscerci ci riconosceremo nella fame, nella tubercolosi e nella sifilide, nel sudore comprato a borsa nera, nei frammenti di catene attaccati ancora alla pelle; senza conoscerci ci riconosceremo negli occhi carichi di sogni e persino negli insulti come sassi che ci sputano addosso ogni giorno i quadrumani dell'inchiostro e della carta.
Che importanza ha allora (che importanza ha oggi!) ahimè, il mio piccolo nome con le quattordici lettere bianche? E neppure il nome mandingo, bantú, yoruba, dahomeano, nome del triste antenato affogato In inchiostro di notaio? Che cosa importa, amici puri? Oh, si, puri amici, venite a vedere il mio nome! Il mio nome interminabile, fatto d'interminabili nomi; il nome mio, altrui, libero e mio, vostro e altrui, libero e di tutti, come l'aria.




Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 1
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 2
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 3
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano— 4
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 5
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 6
Nicolás Guillén: piccola antologia in italiano — 7


Cuba. Una identità in movimento

Webmaster: Carlo Nobili — Antropologo americanista, Roma, Italia

© 2000-2009 Tutti i diritti riservati — Derechos reservados

Statistiche - Estadisticas